Quando il lavoro culturale è per noi e il teatro è incontro

Nell’ambito di Roma Città Mondo. Festa teatrale dell’intercultura abbiamo intervistato Annalisa Bianco, regista de Le storie degli altri, una produzione Egumteatro con i minori non accompagnati del Centro Migranti San Francesco Onlus di Monteriggioni, in scena al Teatro India il 19 giugno 2018

di Angela Forti

 

Il debutto di Le storie degli altri è stato, a Siena, di fronte a un pubblico di coetanei. Come è stato per i ragazzi? Come hanno reagito gli spettatori?

 I ragazzi africani con i quali ho lavorato sono, dal punto di vista emotivo, un po’ “imperscrutabili”. Per quasi tutto il tempo (7 mesi) di lavoro laboratoriale e di realizzazione dello spettacolo non sono veramente riuscita a capire cosa pensassero delle mie proposte. A volte ho persino pensato che continuassero a seguire il lavoro per una forma di rispetto e riconoscimento nei miei confronti, e non per vero interesse. Ero sufficientemente consapevole della situazione: stavo lavorando con adolescenti che si trovavano all’improvviso catapultati in una realtà della quale sapevano poco e che erano partiti da casa loro con aspettative molto diverse rispetto alla situazione in cui si erano ritrovati in Italia. Nessuno di loro era partito, affrontando un viaggio come quello, per venire a fare laboratori di teatro, neppure per andare a scuola. Tutto questo gli era stato in qualche modo imposto. E io che ci stavo facendo lì? Che senso aveva realmente per loro il mio lavoro?
Hanno cominciato a divertirsi dopo un bel po’ di tempo, quando forse si sono rassegnati ad essere trattati come degli adolescenti italiani e non come quegli uomini adulti e responsabili di altre vite che sentono di essere.
Lo spettacolo, l’incontro con il pubblico sicuramente li ha “gasati”, hanno avuto consenso, hanno mostrato bellezza e abilità e tutto questo gli è stato riconosciuto. Certo che ne sono stati e ne sono felici. Ma c’è sempre il pensiero di quel lavoro che devono trovare, di quei soldi che devono mandare a casa e questo vela tutto. Ci vuole tempo.
I ragazzi del pubblico sono stati davvero eccezionali. All’inizio intimoriti dall’idea che sul palco ci fossero dei coetanei alla loro prima prova, quasi avessero paura di metterli in difficoltà sbagliando le reazioni. Hanno fatto molti applausi a scena aperta, con slancio, con vera emozione. E’ stato bellissimo.

 A questo proposito parli di un “lavoro culturale fatto per noi”. Che valore ha lavorare con e per i ragazzi nel momento storico che stiamo vivendo?

Questo dicevo: l’attività teatrale con i migranti non può essere pensata come un’attività ricreativa per loro. Caso mai è più importante e utile per quello che riguarda il potenziamento delle loro competenze di lingua italiana (fondamentale quando vengono valutati dalla commissione che rilascia i permessi di soggiorno). Ma il vero obbiettivo, il mio per lo meno, è l’incontro. Il teatro è questo: è incontro. Si sta lì, nello stesso spazio, con l’illusione che qualcuno sia più visibile e altri meno presenti, ma invece si è tutti insieme, si vive insieme, ci si conosce e ri-conosce (nel senso che ci si attribuisce reciprocamente valore). Quando quegli stessi ragazzi che stanno sul palco vanno in giro per la strada, sono esposti alla rabbia, alla paura, al fastidio, “deprezzano il paesaggio” (come succede nei Comuni del Chianti dove faccio un altro progetto con due Cas di maggiorenni). E anche i ragazzi che stanno in platea sono fragili, quegli studenti dell’Istituto professionale che sono entrati nel bellissimo teatro dei Rozzi di Siena con un senso di inadeguatezza e inferiorità. Nessuno è nel posto sbagliato, nessuno deve sentirsi così. Meno che mai i ragazzi. Se ci sono partiti che costruiscono la loro fortuna sull’affermazione contraria, vuol solo dire che c’è tanto lavoro culturale da fare, che ci se ne era dimenticati, che si era dato la priorità ad altro. Bisognerà rimboccarsi le maniche.

Da quale necessità nasce la collaborazione con l’Associazione  Migranti San Francesco?

Abbiamo semplicemente condiviso degli obbiettivi. Non tutte le associazioni che si occupano di migranti sono disposte a fare un investimento su questo. A parole sì.

Portare il teatro nell’università. Qual è la necessità, quale la risposta che ne hai avuto?

Ottima. C’è un numero crescente di adesioni da parte di studenti. Tutte le Facoltà senesi sono rappresentate. I ragazzi sono capaci di grande impegno e inaspettata autonomia. Sono i miei studenti ma anche i miei collaboratori. Sono dei giovani intellettuali: umanisti, scienziati, tecnologi… Hanno le loro competenze, le stanno affinando, indirizzando. Il teatro è anche luogo di incontro delle loro conoscenze specifiche, di riflessione e scambio.
Alcuni degli studenti che partecipano al progetto di teatro universitario Prometeo scatenato, mi hanno fatto da assistenti nel lavoro con il CAS per minori non accompagnati. Sono stati i miei “mediatori generazionali”. Questo può essere l’inizio di un nuovo progetto.

Quanto è importante avere il sostegno di un’istituzione come quella universitaria?

Fondamentale .  Io ho prima di tutto il sostegno del Rettore, del Prof. Francesco Frati. Tutto è nato nel 2015 da una sua idea e dal suo entusiasmo. E poi ci sono i docenti che hanno partecipato ai due comitati scientifici di sostegno al progetto, la loro disponibilità a confrontarsi con qualcosa di nuovo  e un po’ fuori dai consueti percorsi all’interno dell’Ateneo. Siena è una città piccola con una grande Università, anzi due perché oltre all’Università degli Studi c’è anche l’Università per stranieri. Ci sono ragazzi che vengono da tutto il mondo e si incontrano in uno spazio ristretto e bellissimo. Da questo punto di vista Siena è una grande occasione. Una vera città laboratorio.

Che cosa può portare il lavoro teatrale nella vita di uno studente universitario? Qual è l’esperienza che hai raccolto dai ragazzi che hanno lavorato con te?

Mi verrebbe da dire: co-working, problem solving, public speaking, esperienza di peer education …e altre cose vere ma un po’ standard.  Ma mi verrebbe anche da dirti che è meglio chiedere a loro. L’abbiamo anche fatto e ti dirò che loro tendono a privilegiare l’aspetto emotivo dell’esperienza.

Veniamo al futuro. Con quale prospettiva porti avanti questo lavoro?

Credo in una Siena “città laboratorio” e cerco di mettere insieme tutte le esperienze che ho in campo perché le sento tutte congruenti. E spero di intraprendere anche un percorso di confronto con esperienze analoghe fuori da Siena. Come sempre il confronto è il miglior modo per fare crescere persone e progetti.

 

 

19 giugno 2018, Teatro India – Roma Città Mondo. Festa teatrale dell’intercultura
Le storie degli altri
regia Annalisa Bianco
con Salis Gode, Diallo Amadou Abdoulaye, Mory Konate, Salif Kone, Noah Kanu, Ebrima Labou, Yahya Adams, Osakwe Destiny, Manuela Peirce
produzione Egumteatro
in collaborazione con Associazione Migranti San Francesco Onlus (Monteriggioni)

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